Jobs Act e aumento dei licenziamenti disciplinari: nessun nesso

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di Francesco Stolfa – Avvocato, Corato (BA)

Non si è affatto placata, dopo il referendum, la campagna di denigrazione e, per certi versi, di demonizzazione delle riforme del governo Renzi. Ora sotto attacco sono gli altri suoi principali provvedimenti, fra i quali il Jobs Act. Sorprende, tuttavia, che si presti a queste campagne “propagandistiche” anche un giornale importante e serio come come La Stampa, con un articolo apparso domenica scorsa, 11 dicembre, a firma di Giacomo Galeazzi.
Il titolo è ad effetto: “Effetto Jobs act: crescono i licenziamenti disciplinari”; e il sommario drammatizza ulteriormente: “Aumento del 28% nei primi otto mesi del 2016. E c’è anche chi ha perso il posto mentre era in malattia o per contestazioni senza prove”.
Basta però scorrere il pezzo per rendersi conto che si tratta, appunto, della superficiale strumentalizzazione di un dato diffuso dall’Osservatorio sul precariato dell’Inps il quale si limitava però a segnalare che sono in aumento i licenziamenti disciplinari, senza peraltro distinguere fra rapporti di lavoro preesistenti e successivi al Jobs Act. La stessa rilevazione evidenzia, peraltro, che il dato complessivo dei licenziamenti rimane stabile. Questi elementi, però, nell’articolo di Galeazzi vengono apoditticamente collegati agli effetti del d.lgs. 23/2016 (in materia di licenziamenti). Il tutto viene poi corroborato dal racconto di due (soli) casi di lavoratori licenziati per gravi inadempienze disciplinari (selezionati non si sa bene con quali criteri) e conditi con valutazioni di Giuliano Cazzola e di alcuni consulenti del lavoro.

Partiamo dunque dal dato iniziale diffuso dall’Inps. L’aumento dei licenziamenti disciplinari è senz’altro preoccupante ma non può essere minimamente collegato al Jobs Act e, in particolare, al d.lgs. 23/2016 che, come è noto, si applica solo ai rapporti di lavoro sorti a partire dal 7 marzo 2015 La stragrande maggioranza dei licenziamenti considerati nel 2016 e soprattutto quelli dell’anno precedente con cui essi vengono confrontati, si riferiscono, infatti, evidentemente, in gran parte, a rapporti di lavoro sorti precedentemente e soggetti quindi alla disciplina previgente quanto alle sanzioni applicabili ai licenziamenti illegittimi (sempre che siano illegittimi). Non ha quindi senso dire che il Jobs Act ha indotto le aziende a licenziare più liberamente punendo anche casi che prima sarebbero stati tollerati, come si afferma espressamente nell’articolo. Questo per il semplicissimo motivo che, la stragrande maggioranza di quei rapporti di lavoro (con la sola eccezione di quelli sorti dopo il 7 marzo 2015), è soggetta alle norme vigenti prima della riforma Renzi.
Non a caso, entrambi i casi particolari che l’articolo, con molta enfasi, racconta riguardano lavoratori con lunga anzianità di servizio e i cui rapporti di lavoro, quindi, non sono affatto regolati dal d.lgs. 23/2016 che l’articolo vorrebbe invece “incriminare” insieme a tutto il Jobs Act.

Che la nuova normativa introdotta dal governo Renzi non centri nulla è, peraltro, dimostrato anche dal fatto che gli inadempimenti addebitati ai due lavoratori menzionati sono particolarmente gravi ed erano ritenuti generalmente passibili di licenziamento dalla giurisprudenza anche prima del Jobs Act. Il primo caso riguarda un lavoratore accusato di furto in un supermercato (dove la merce è a forte rischio taccheggio ed è affidata proprio alla vigilanza del personale; in questi casi viene ritenuto passibile di licenziamento anche un furto di modico valore: Cass., sez. lav. 28/01/2013 n. 1814; 27/02/2008, n. 5116; 17 aprile 2001 n. 5633). il secondo riguarda un cameriere ai piani trovato in servizio in stato di ebbrezza con presumibile gravissimo nocumento dell’immagine dell’albergo.
In entrambi i casi vengono diffusamente esposte le ragioni dei lavoratori mentre quelle dell’azienda sono rappresentate solo lapidariamente e genericamente. E anche questo la dice lunga sull’obiettività dell’articolo.

Viene poi particolarmente drammatizzato il caso di un lavoratore che dopo aver ricevuto la contestazione disciplinare si sarebbe sentito male ma sarebbe stato ugualmente licenziato ”cosa che non si può fare”. L’articolista riporta questa affermazione del lavoratore senza dare possibilità di replica all’azienda e fa male perché se lo avesse fatto avrebbe saputo che l’art. 1, comma 41, della L. 92/2012 cd. Legge Fornero (che col Jobs Act non c’entra nulla) ha previsto che la malattia non sospende più il preavviso di licenziamento. Quindi, almeno sotto questo profilo, il comportamento dell’azienda – che l’articolista ha ritenuto di richiamare, enfatizzandolo, addirittura nel sommario – appare ineccepibile. Nei sottotitoli dell’articolo, poi, si parla anche inspiegabilmente di “dimissioni imposte” mentre, poi, nel corpo del pezzo, di dimissioni non si parla minimamente.

Nessuna notizia viene fornita circa il fatto che tali due licenziamenti siano stati o meno impugnati dinanzi al giudice del lavoro; il fatto, anzi, che non venga intervistato alcun legale delle due parti fa pensare che non vi sia alcuna causa in corso, che quindi i due licenziamenti siano stati accettati dai lavoratori e che l’articolista si sia limitato a raccogliere lo sfogo rancoroso dei due coinvolti.
Anche le osservazioni di Giuliano Cazzola e di alcuni Consulenti del Lavoro sono state, infine, utilizzate in modo strumentale. Costoro si sono limitati, infatti, a formulare alcune personalissime e generiche valutazioni, peraltro prive di riscontri obiettivi e di dati statistici a supporto. Cazzola, è vero, si spinge a valutare come “labili” le prove addotte dall’azienda nei due casi raccontati ma non è dato comprendere di quali prove si tratti nè come egli le abbia conosciute. Nulla quindi che possa meglio supportare le ardite tesi sostenute dall’articolista.