“Abrogati i voucher. E ora?”

Voucher

di Carlo Pisani, Professore Ordinario di Diritto del Lavoro, Università degli Studi Roma Tor Vergata

I voucher, utilizzati marginalmente, sono stati aboliti. Il Governo ha così evitato un Referendum spinoso e ha deciso di darla vinta alla CGL, a cui evidentemente premono solo i lavoratori occupati stabilmente. In sé la questione dei voucher è marginale;  però, in molti casi, era la sola alternativa al lavoro irregolare e permetteva ai percettori, spesso soggetti economicamente e socialmente vulnerabili, di accumulare contributi previdenziali. A mio avviso si è trattato di una regressione sulla strada della flessibilità, anche perché il segnale che è pervenuto è quella di un cedimento della componente più conservatrice del più grande Sindacato italiano; quello, tanto per capirci, che voleva estendere l’applicazione dello Statuto dei lavoratori fino ai datori di lavoro con soli cinque dipendenti.

Ora occorre pensare ad un’alternativa.

1) Il primo obiettivo, credo, debba essere quello di evitare che la Corte costituzionale ritenga la nuova normativa troppo simile alla precedente, con conseguente ammissibilità del referendum. A tal fine, dovendosi preservare, ritengo, il connotato della semplicità caratteristico dei voucher, l’unico modo per distaccarsi da essi è quello di dotare il nuovo strumento di una veste contrattuale. Questo sarebbe un tratto decisivo di differenziazione giuridica.

2) Tale contratto, tuttavia, dovrebbe essere molto semplice, potendo risiedere proprio nella semplificazione la caratteristica delle nuove fattispecie, che non a caso potrebbero essere denominate: “lavoro domestico semplificato”; “lavoro intermittente semplificato”.

3) Tali rapporti, infatti, si instaurerebbero mediante un contratto estremamente semplificato, dal testo predefinito, “scaricabile” dal sito dell’INPS e acquistabile con carta di credito, senza ulteriori incombenze burocratiche. Il testo di tale contratto si dovrebbe limitare a prevedere alcune tipologie di lavori o qualifiche che l’utilizzatore “spunta” per indicare quella prescelta. Ovviamente a ciascuna qualifica corrisponderà una differente retribuzione già predeterminata. Una volta stampato il cartaceo, il contratto verrebbe sottoscritto fra le parti ed il lavoratore potrebbe incassare il corrispettivo, al netto dell’importo dei contributi, presso appositi concessionari o uffici postali.

4) Quanto al lavoro domestico semplificato, esso potrebbe essere applicabile ai rapporti di lavoro non continuativi che hanno per oggetto la prestazione di servizi alla persona, l’assistenza all’infanzia, nonché per il funzionamento della vita familiare o comunitaria (come ad esempio le comunità religiose), per una durata inferiore ad un tot di ore a settimana (ad esempio otto ore come in Francia) o per un mese l’anno consecutivo non rinnovabile (sempre come in Francia). A tali rapporti non si applicherebbe la disciplina dalla Legge n. 339/1958, nonché l’art. 2240 cod. civ.

5) Quanto al lavoro intermittente semplificato, esso troverebbe applicazione per attività lavorative discontinue o intermittenti di natura economica, in tutti i settori e per tutti i datori di lavoro (quindi non solo imprese, ma anche ditte individuali o persone fisiche), con un limite massimo di giornate lavorative nell’arco dell’anno, mese o settimana, e con un limite forse dimensionale per le aziende al di sopra di un certo numero di dipendenti (ad esempio, massimo 9 dipendenti).

Qui, a differenza del lavoro intermittente, il lavoratore non si pone a disposizione del datore di lavoro, ma viene utilizzato solo a chiamata per singole specifiche esigenze lavorative temporanee. Pertanto a tale rapporto non si applicherebbe la disciplina del lavoro intermittente di cui agli artt. 13 e ss. del D.lgs. n. 81/15.