Lavoro e Def 2017: gli strumenti a disposizione

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Perché è necessario rimboccarsi le maniche e rafforzare le politiche attive. L’importanza del Bes.

di Annamaria Parente, Capogruppo Pd in Commissione Lavoro del Senato

La premessa al Def si apre con un dato occupazionale: il numero di occupati ha superato di 734.000 unità il punto minimo toccato nel settembre 2013, anche per effetto delle misure del Jobs Act. Il miglioramento delle condizioni del mercato del lavoro si è riflesso in una contrazione del numero degli inattivi, del tasso di disoccupazione, del ricorso alla Cassa integrazione guadagni, e ne hanno beneficiato i consumi delle famiglie, in crescita del 1,3% nel 2016.

Ma nel Def di quest’anno c’è una grande ed importante novità, che ci dà anche un quadro più preciso sulle condizioni del lavoro e che fornisce indicazioni preziose per una politica economica “oltre il Pil”, come auspicato da esperti come Stiglitz, Amartya Sen e Fitoussi e da diverse organizzazioni internazionali, dall’Ocse alla Commissione europea.

Come sappiamo il  Governo ha deciso di anticipare in via sperimentale l’inserimento nel processo di bilancio, come stabilito dalla legge 163 del 2016, di indicatori di benessere equo e sostenibile. L’Italia è il primo paese in Europa che lo fa.

E ne ha selezionato quatto: reddito minimo disponibile, indice di diseguaglianza, tasso di mancata partecipazione al lavoro e emissione di Co2 e altri gas nell’atmosfera.

Da questi dati si scopre che l’indicatore del reddito minimo disponibile recupera dalla crisi molto più decisamente del Pil pro capite, grazie agli interventi del Governo che hanno ridotto la pressione fiscale e quelli degli 80 euro, che influenzano anche il miglioramento dell’altro indicatore, il livello di diseguaglianza. Queste misurazioni sono destinate ad avere indici positivi grazie all’intervento nazionale di contrasto alla povertà, il Reddito di inclusione, per la prima volta in Italia, approvato dal Parlamento nel marzo scorso, che già nel 2017 amplierà la platea del sostegno all’inclusione attiva e di cui beneficeranno oltre 400 mila famiglie e 1 milione e 770 mila persone.  Nelle scorse settimane il Governo, il premier Gentiloni e il ministro del Lavoro hanno firmato un importante memorandum per i relativi decreti attuativi con l’Alleanza contro la povertà. Un buon esempio di costruzione di una norma con la partecipazione dei soggetti sociali e di metodo.

E infine la terza dimensione, quella legata al lavoro, ci consente di tenere conto del fenomeno dello scoraggiamento, che si è ridotto a partire dal 2015, con un miglioramento anche dell’inclusione delle donne nel mercato del lavoro. É difficile non attribuire queste performance al Jobs Act e all’introduzione di incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato, oltre che al migliorato contesto macroeconomico.

Ma molte cittadine e cittadini italiani, soprattutto giovani hanno ancora una forte percezione di ingiustizia, di disparità, di incertezza rispetto al lavoro e al futuro.

Per colmare questa sfiducia occorre investire fortemente sulle politiche attive che devono prendere per mano chi cerca lavoro, chi deve essere ricollocato e chi deve rafforzare le proprie competenze. Questa è una priorità del Paese, anche per affrontare il clima di populismo e sfiducia che si ripercuote anche sulle nostre condizioni economiche.

L’Anpal, istituita con decreto legislativo n 150/2015 è operativa da novembre 2016 e va sostenuta nella sua attività anche e soprattutto dalle Regioni. Le istituzioni devono essere vicine ai giovani in cerca occupazione e ai disoccupati e alle disoccupate, in maniera trasparente, senza gelosie o conflitti.

Ora tutti, Governo e forze di maggioranza in Parlamento, abbiamo un grande compito ed un dovere, quello di attuare concretamente le riforme che dal 2014 ad oggi abbiamo messo in campo e che sono ripercorse nel piano nazionale del Def:

  • assegno di ricollocazione;
  • alternanza scuola lavoro;
  • riordino incentivi all’occupazione;
  • apprendistato;
  • formazione delle competenze del capitale umano dentro industria 4.0;
  • rafforzamento dei centri per l’impiego;
  • welfare aziendale;
  • monitoraggio della contrattazione di secondo livello fortemente incentivata con leva fiscale.

Infine nel Def vengono riportati i risultati dell’indicatore sintetico del progresso delle riforme, definito dal Mef, dove si mostra una crescita nel 2016 rispetto al 2015 del 30 per cento grazie all’attuazione di alcune azioni delle riforme molto importanti per la crescita.

Andiamo avanti su questa strada, la ripresa c’è, graduale ma costante.