L’abolizione dei voucher è stata un buon inizio. Ora è auspicabile legiferare coerentemente.

dopo voucher

E’ necessario definire preliminarmente le finalità della nuova regolamentazione, utilizzando anche lo strumento della consultazione.

 di Avv. Francesco Stolfa, avvocato giuslavorista, coordinatore Ufficio Legale ANCL-SU

I voucher, introdotti nel nostro ordinamento giuslavoristico nell’ambito di un disegno di riforma del mercato del lavoro ideato ed attuato dai governi di Centrodestra, a conti fatti, non avevano dato buona prova di sè. Nati senza che fossero sufficientemente delineati la loro funzione e gli obiettivi perseguiti, nel corso degli anni hanno anche cambiato pelle più volte in un quadro normativo sempre più confuso. Negli ultimi tempi, infine, le regole poco chiare riguardanti il loro funzionamento ne avevano fatto uno strumento di evasione e, probabilmente, una delle principali forme di “copertura” del lavoro nero. Bastava, infatti, acquistare un voucher e tenerselo in tasca per poter giustificare la presenza di lavoratori irregolari in caso di ispezione.

Le modifiche introdotte all’art. 49, comma 3, del D.lgs. 81/2015 da parte del cd. Correttivo (D.lgs. 185/2016), rafforzando notevolmente la cd. tracciabilità dei voucher, ne avevano sostanzialmente azzerato tale portata elusiva. Restava, tuttavia, l’ambiguità di fondo di questo particolarissimo istituto, la necessità di definirne gli obiettivi e di adeguarvi la disciplina. Anche da questi nodi irrisolti è nata o è stata favorita l’iniziativa referendaria promossa dalla CGIL (di cui certo non ne nascondo anche gli intenti politici) che, contro le previsioni di alcuni osservatori e pur con qualche affanno, è riuscita a raccogliere le firme necessarie. In realtà, il referendum non era certo lo strumento più adatto per risolvere problematiche così complesse sul piano politico e su quello tecnico-giuridico. Se, quindi, quella consultazione si fosse svolta, che avesse raggiunto o meno (ipotesi molto più probabile) il quorum e quale che fosse stato l’esito, avrebbe notevolmente complicato le possibilità di intervenire sulla materia con una normativa più chiara e definita. Bene ha fatto, dunque, il Governo a venire incontro agli intenti dei promotori del referendum abrogando puramente e semplicemente l’istituto (e così traendoli dall’impaccio di un una prevedibile fallimento del referendum per mancato raggiungimento del quorum). Questa decisione, in un Paese normale, sarebbe stata vista come un segno di “disgelo” nei rapporti fra il Governo e il maggior sindacato italiano. Qualcuno, invece, sui presupposti del certo raggiungimento del quorum e di una certa vittoria del Si, ha ritenuto che l’abrogazione fosse un segno di debolezza. Transeat: ognuno ha le sue certezze …

A  questo punto, però, la linea politica del governo dovrebbe rimanere coerente con questo buon inizio.

Innanzitutto, non vi sono certo le condizioni per un ripristino puro e semplice dei voucher (che potrebbe anche provocare un intervento della Corte Costituzionale).

In secondo luogo, il modo migliore per dimostrare che l’adottata abrogazione era orientata pro-referendum e non contra-referendum è proprio quello di definire preliminarmente le finalità e gli obiettivi che si intendono perseguire, facendone derivare la relativa regolamentazione.

Una finalità certamente meritevole di tutela che – per rapporti occasionali e di breve durata – può indurre il legislatore a derogare alle tutele generali del lavoro, mi pare quella di incentivare l’emersione dal “nero” di quei rapporti che, per le modalità di svolgimento e l’allocazione in contesti estranei al mondo produttivo (famiglie, parrocchie, associazioni, ecc.), risultano di difficile o impossibile accertamento in via ispettiva. Lo strumento per ottenere questo effetto incentivante è ovviamente quello di alleggerirne gli oneri burocratici ed economici. In tali situazioni, tuttavia, l’attenuazione delle tutele formali finirebbe per essere ampiamente compensato dalle maggiori tutele sostanziali derivanti ai lavoratori dalla regolarizzazione.

Atre motivazioni per cui attenuare i livelli di tutela del lavoro fissati dal nostro ordinamento – che non siano direttamente finalizzate ad incentivare quelle regolarizzazioni non agevolmente ottenibili altrimenti – non sono, però, a mio avviso agevolmente ipotizzabili, pena la creazione di gravi contraddizioni nel sistema giuslavoristico. Così mi sembrano improponibili ipotesi di “semplificazione” giustificate dall’intento di agevolare alcuni settori produttivi o certe attività in considerazione della saltuarietà della prestazione o delle ridotte dimensioni delle imprese. Non si vede, infatti, per quali ragioni tali caratteristiche del lavoro o dell’impresa dovrebbero indurre a deroghe tanto radicali alla disciplina generale, ben potendo, al limite, comportare attenuazioni o semplificazioni di carattere fisiologico (realizzate prevalentemente in sede di contrattazione collettiva) ma pur sempre nell’ambito della fattispecie tipica del lavoro subordinato.

Poste queste premesse, per le sole prestazioni lavorative discontinue e occasionali ed entro limiti predeterminati (che possono far riferimento al numero delle giornate o al compenso complessivo), si può ipotizzare la creazione di un rapporto di lavoro semplificato a condizioni standard e a contenuto predefinito sia dal punto di vista retributivo che da quello previdenziale-contributivo; un rapporto che  esuli dalla fattispecie tipica e quindi sia compatibile, da un lato, con la fruizione di qualsiasi tipo di sostegno al reddito o di provvidenza assistenziale pubblica o privata (naspi, cig, indennità erogate da enti bilaterali, ecc.) e, dall’altro, con la fruizione di qualsivoglia agevolazione nelle successive  assunzioni (apprendistato, esoneri o sgravi contributivi ecc.). Il testo contrattuale potrebbe essere scaricato dal sito Inps o del Ministero del Lavoro ovvero ritirato presso reti di uffici o rivendite diffuse sul territorio (tabaccai, uffici postali). Gli oneri contributivi e i premi assicurativi potrebbero assolti in misura fissa al momento del ritiro del contratto (come già accadeva con i voucher) mentre la retribuzione, anch’essa fissata per legge, potrebbe anche essere erogata direttamente dal datore di lavoro purché in modalità rigorosamente tracciabili. Nessun adempimento ulteriore (amministrativo o contabile) sarebbe previsto se non quelli indispensabili per la tracciabilità della prestazione, del resto già previsti – come detto – nell’ultima disciplina dei voucher introdotta dal Correttivo.

Ciò che più conta, però, per rimanere fedeli alla ratio della nuova disciplina, è mantenere l’ambito oggettivo entro cui applicare l’istituto limitato a quelle attività che si svolgano in contesti non imprenditoriali (rectius: non professionali): servizi familiari, cura e assistenza della persona, cura e assistenza dell’infanzia, servizi vari svolti in favore di comunità religiose o di associazioni culturali, ricreative o sportive. Solo in questi ambiti si pare giustificabile l’alleggerimento degli oneri economici e organizzativi e delle correlative tutele normative e previdenziali.

Non mi nascondo che vi sono anche tutta una serie di realtà imprenditoriali che, per prestazioni lavorative occasionali e saltuarie, nel recente passato, hanno fatto largo uso dei voucher. Ma si tratta appunto di imprese, professionalmente organizzate, rispetto alle quali non si giustificherebbero deroghe così vistose alla disciplina generale. Semmai, rispetto ad esse, si potrebbero ipotizzare adeguamenti della disciplina generale che tengano conto delle loro specifiche esigenze. In quest’ottica, da più parti si sta ipotizzando la creazione di una forma semplificata di lavoro intermittente che, però, tenga conto delle difficoltà applicative sinora registrate e che, in particolare:

– preveda un’agile e celere utilizzazione delle prestazioni lavorative, sempre assicurando una rigorosa tracciabilità delle stesse;

– non impedisca anzi consenta espressamente la fruizione di qualsiasi tipo di agevolazione o incentivo in caso di successiva stabilizzazione del rapporto;

– escluda ogni forma di stabilità di rapporti per loro natura precari.

Tale contratto, quindi, richiederebbe pur sempre una formalizzazione iniziale e quindi una sua denuncia agli uffici competenti, ferma restando la comunicazione preventiva e la tracciabilità di ogni successiva utilizzazione; comporterebbe un trattamento retributivo ridotto (ad es., al livello degli apprendisti) e soprattutto una forte attenuazione se non un vero e proprio azzeramento degli oneri contributivi, anche in ragione della sua scarsa utilizzabilità a fini previdenziali. A tale contratto non dovrebbero neanche applicarsi le tutele contro i licenziamenti e i lavoratori coinvolti non dovrebbero essere computabili ad alcun fine. In caso di auspicabile stabilizzazione del rapporto a tempo indeterminato, il datore di lavoro potrebbe fruire di tutte le agevolazioni previste dall’ordinamento ovvero anche di altre specificamente previste per incentivarla.

Al limite, il normale contratto di lavoro intermittente così come disciplinato dal D. Lgs. 81/2015 potrebbe anche essere mantenuto mentre questa forma semplificata vi si aggiungerebbe e potrebbe essere utilizzata entro limiti predefiniti afferenti la durata della prestazione ed, eventualmente, le dimensioni dell’azienda utilizzatrice o l’età del lavoratore. In definitiva, il contratto di lavoro intermittente semplificato consentirebbe all’azienda di crearsi una cerchia di lavoratori – prevedibilmente giovani – da utilizzare con la massima flessibilità per un limitato periodo di tempo, da formare e forgiare sul campo e dai quali attingere per le future assunzioni. I lavoratori, dal canto loro, potrebbero contare su una contrattualizzazione sia pure priva di stabilità e su un trattamento retributivo e normativo dignitoso.

In caso di stabilizzazione e nel prosieguo del rapporto, si potrebbero poi anche prevedere forme agevolate di riscatto a fini previdenziali dei periodi prestati nel regime semplificato.

Per rimanere, poi, coerenti fino in fondo alla linea pro-referendum, sarebbe anche il caso, a mio avviso, di sottoporre il disegno di legge governativo ad un’agile e celere consultazione con i soggetti promotori del referendum e con tutte le altre forze sociali (anche imprenditoriali e professionali) secondo i canoni (non della concertazione bensì) del cd. Dialogo sociale, così come delineati nel Libro bianco di Marco Biagi del 2002.