L’economia che mette al centro le persone

Nida-Rumelin avanza una proposta per un’economia umana basata su valori di solidarietà

di Giordano Fildani

La crisi finanziaria del 2008 ha messo in evidenza aspetti critici e soprattutto fragilità strutturali dell’economia mondiale. Sarebbe complesso ripercorrere in poche righe quanto accaduto in quel periodo, ma può essere utile riflettere su alcuni aspetti più strettamente etici dell’approccio fino ad allora dominante nell’economia globale. È

E’ quanto fa in un libro molto interessante, uscito in edizione originale nel 2011 ma pubblicato in italiano solo di recente, il filosofo tedesco Julian Nida-Rumelin. Professore di Filosofia e Teoria politica presso l’Università di Monaco di Baviera, Nida-Rumelin è interprete di una concezione pubblica della filosofia, e in passato si è anche confrontato direttamente con l’attività politica, da Ministro della Cultura nel primo governo del socialdemocratico Gerard Schroder.

In “Per un’economia umana. La trappola dell’ottimizzazione” (Franco Angeli editore, 2017), il filosofo sottopone la mentalità economica ad una critica serrata, cercando di individuarne i limiti nella concezione antropologica ad essa sottostante. La visione riduttiva dell’homo oeconomicus, propria di parte del mondo economico e accademico, ha portato spesso ad una prassi che ha ignorato valori e diritti, causando danni alle persone e all’ambiente. Nonostante Nida-Rumelin sia dichiaratamente un sostenitore del mercato, da lui considerato indispensabile come strumento di controllo e distribuzione della produttività economica, a suo avviso questo ha però bisogno di un argine, che protegga il resto della società dalla sua invadenza, e che protegga il mercato stesso dalle sue possibili degenerazioni. Non è un fautore di un controllo burocratizzato che potrebbe condizionare la libera concorrenza, ma sottolinea come un approccio umanistico all’economia di mercato sia necessario per la democrazia e possa giovare al mercato stesso.

Il punto critico viene individuato quindi dal filosofo nella mentalità riduttiva presente in una concezione del mercato orientata al puro profitto, senza alcuna responsabilità sociale, e senza alcuna etica, come se l’economia fosse esente da ogni valutazione morale e avulsa dal contesto culturale in cui opera.

Nida-Rumelin avanza una proposta diversa. Il filosofo inserisce il mercato all’interno di una rete di valori e di diritti, senza i quali la prassi economica rischia l’assurdità e l’autodistruzione. Vengono ricondotti così alla vita economica valori fondamentali delle relazioni umane come la fiducia, l’affidabilità, la cooperazione, insieme a virtù classiche come la temperanza, la limitazione dei desideri, la capacità di giudizio. Tutto ciò per sottolineare come l’attore economico, la persona che opera nella società e nell’economia, non possa e, soprattutto, non debba essere il produttore privo di limiti o il consumatore insaziabile, ma un soggetto morale, capace di cooperare, di instaurare rapporti di fiducia, di giudicare ciò che può essere valido e utile sul lungo periodo, non guardando solo al profitto immediato. Virtù e capacità di cui le stesse aziende hanno bisogno.

La mentalità dell’homo oeconomicus è per di più estremamente riduttiva, non rendendo giustizia né alla complessità che caratterizza l’uomo, né alla molteplicità di motivazioni alla base delle scelte e delle azioni individuali. La società e l’economia non hanno bisogno di soggetti monodimensionali, tesi a massimizzare esclusivamente il proprio benessere, ma di persone complete, in grado di cooperare, di stringere relazioni e legami affettivi.

La riflessione filosofica di Nida-Rumelin è messa al servizio della moralizzazione dell’economia, intesa non come moralismo nel senso conservatore del termine, ma come affermazione di una cultura del limite e della sostenibilità, nel rispetto delle persone e dell’ambiente, che riporta al centro della riflessione i valori della libertà e dell’eguaglianza, intesi nel loro profondo significato etico di eguale rispetto e riconoscimento della dignità umana.

Il libro, ricco di riferimenti alla tradizione filosofica greca e latina, così come alla riflessione etica kantiana, della persona mai mezzo e sempre fine, è anche una proposta di ridefinizione di ambiti tra il ruolo della politica e quello dell’economia. Se l’economia produce benessere, spetta allo Stato, e quindi alla politica, la produzione dei beni pubblici, la correzione delle diseguaglianze e la garanzia dello sviluppo sostenibile. Ma tutto ciò non può funzionare, se alla base della democrazia non vi è una società civile attiva e critica, anche a livello mondiale, della quale il filosofo vede un promettente indicatore nelle attività  di associazioni e organizzazioni non governative in una costituenda sfera pubblica globale.