Le conseguenze della riforma costituzionale sulle riforme del lavoro

di Romano Benini, Docente politiche attive del lavoro e consulente per le Regioni 

Con la legge di riforma del lavoro “Jobs Act” il Governo Renzi è intervenuto per delineare un sistema organico destinato ad innovare le regole, ma anche gli strumenti ed i servizi per il lavoro. L’intervento del Governo non si è infatti limitato a definire attraverso il contratto a tutele crescenti un sistema di diritti che incentiva la progressiva stabilizzazione del lavoro, ma si è preoccupato di intervenire per cambiare la logica di fondo del sistema degli ammortizzatori sociali. Non sarà più possibile accedere ad indennità di disoccupazione e ad ammortizzatori non in costanza di rapporto di lavoro senza l’adesione ad interventi di attivazione al lavoro. L’attuazione del diritto-dovere alla condizionalità tra politiche attive e passive costituisce un obbligo di fronte all’Europa e soprattutto di fronte ai disoccupati italiani, gli unici a cui non è ancora garantito su tutto il territorio il diritto di attivazione al lavoro attraverso la partecipazione obbligatoria ad interventi personalizzati ed utili per migliorare l’occupabilità e trovare un lavoro. Per questo motivo è del tutto evidente che se si stabilisce per i disoccupati aventi diritto alla Naspi il conseguente dovere di attivazione al lavoro, tramite la ricollocazione, questo diritto-dovere diventa un nuovo e fondamentale diritto di cittadinanza e come tale deve essere garantito dallo Stato nello stesso modo su tutto il territorio nazionale.

La riforma interviene inoltre sul sistema dell’apprendimento permanente ed in generale sulla modernizzazione del mercato del lavoro, promuovendo il rafforzamento dei servizi per l’impiego pubblici, l’accreditamento nazionale delle agenzie per il lavoro ed istituendo anche in Italia l’assegno di ricollocazione. La novità dell’assegno di ricollocazione, già diffuso in molti paesi europei, permette poi al disoccupato che riceve la nuova indennità denominata Naspi di accedere ad interventi mirati destinati alla ricollocazione che vengono promossi tramite un patto tra il disoccupato ed il servizio che lo prende in carico, denominato contratto di ricollocazione. Il servizio per il lavoro accreditato viene remunerato ed incassa un importo per il risultato  concreto dell’inserimento al lavoro, denominato assegno di ricollocazione. Lo sforzo di passare dal finanziamento della disoccupazione al sostegno al reimpiego dei disoccupato implica la creazione di una struttura nazionale che presieda le politiche attive e le renda protagoniste di questo cambio di passo, questa struttura è prevista dalla riforma ed è stata denominata ANPAL. La nuova Agenzia Anpal è attiva da alcuni mesi.

Tuttavia è evidente come queste riforme possano trovare un esito compiuto solo attraverso un sistema che superi la frammentazione delle funzioni e delle responsabilità che riguardano le politiche del lavoro che il Titolo V attualmente prevede e che intervenga per modificare il quadro di una legislazione concorrente che, mentre le altre nazioni europee hanno un sistema nazionale di riferimento, vede la presenza di venti modelli regionali  di politiche attive e formative e di ancora ben 120 sistemi provinciali di servizi per l’impiego.

Questo sistema frammentato si è rivelato in questi anni inadeguato ed non ha migliorato la capacità di sostenere azioni di sistema nazionali ed in alcuni casi anche sovranazionali. E’ importante aumentare il finanziamento delle misure di attivazione al lavoro e rafforzare i servizi, ma esperienze recenti come quella del programma europeo Garanzia giovani mostrano anche come questa dispersione e divisione dei sistemi regionali, alcuni tra i quali del tutto diversi tra loro, renda più difficile l’intervento di sostegno ai giovani che cercano lavoro ed ostacoli la stessa mobilità territoriale del lavoro all’interno dei confini nazionali. Per questo motivo non appare sufficiente intervenire stabilendo, come previsto al decreto legislativo n.150 del 2015 di riforma delle politiche attive, l’obbligo di livelli essenziali delle prestazioni per i servizi e le politiche del lavoro su tutto il territorio nazionale. Servono una capacità di intervento unitaria, una strumentazione condivisa, un rafforzamento dei servizi, regole e servizi comuni che non discriminino i disoccupati italiani per via della loro città di provenienza o residenza. Soprattutto l’Italia non può essere ancora l’unico paese europeo che su un tema delicato come il funzionamento del mercato del lavoro prevede una legislazione regionale ed una programmazione degli interventi decisa per la maggior parte dei fondi disponibili dalle regioni e non dallo Stato.  La situazione in cui si trova il mercato del lavoro italiano e le difficoltà di attuazione delle riforme, prima tra tutte il decreto legislativo n. 150 del 2015, dimostrano in modo chiaro l’urgenza di questo intervento di modifica della legislazione concorrente sul lavoro tra Stato e Regioni.

L’assenza di un sistema unitario di servizi per l’impiego non consente oggi l’attuazione piena del diritto dovere alla condizionalità tra politiche attive e passive ed ostacola l’accesso all’autoimpiego per i disoccupati che intendano avviare una attività in proprio come è invece previsto dalla legge.

Non basta il coordinamento di sistemi regionali del lavoro che in questi anni hanno definito scelte tra loro spesso incompatibili ed a volte senza significativi risultati: è necessario avere un sistema nazionale  di riferimento, con regole, servizi e strumenti definiti, unitari ed esigibili su tutto il territorio nazionale sia da parte di chi cerca lavoro che da parte di chi cerca lavoratori.