Costituzione e lavoro nel nuovo articolo 117

di Vincenzo Mattina, Vice Presidente Esecutivo di Quanta 

L’art. 117 della riforma costituzionale elenca, con le lettere dalla a) alla z), le materie che rientrano nella legislazione esclusiva dello Stato.

Tra queste, alla lettera o) sono indicate le politiche attive del lavoro, le disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale.

Dovrebbero leggerlo, meditarlo e discuterne soprattutto i giovani e i loro genitori.

La ragione è semplice: nei principi fondamentali (art. 1-12) e nella I parte sui Diritti e Doveri dei cittadini (art. 13-54) della nostra Costituzione si parla di lavoro agli articoli 1, 4 e 35.

Affermare, però, un principio o riconoscere un diritto non implica renderne effettiva l’esigibilità. Ed è su questo versante che interviene il nuovo art. 117 della riforma approvata dal Parlamento e sottoposta al voto referendario.

Lo fa, partendo dalla considerazione che lo Stato deve garantire uguaglianza e quindi non può essere tollerabile che poche Regioni accompagnino i loro giovani a immettersi nel mercato del lavoro e i loro cittadini che hanno perduto il lavoro e ne debbono trovare un altro, mentre altre, forse due terzi di esse, o non facciano nulla o producano norme inefficaci, caso mai in grande ritardo.

Lo fa, prefigurando l’eliminazione dell’enorme spreco di risorse pubbliche che la gestione esclusivamente regionale della formazione professionale ha prodotto e ancora produce.

In un tempo in cui il lavoro cambia velocemente per l’influenza di mutamenti economici, tecnologici e organizzativi ineluttabili le politiche attive, vale a dire le misure che accompagnano ogni individuo a entrare o a rientrare nel circuito del lavoro, hanno un valore primario. E forse la nostra Costituzione sarà la prima al mondo ad averle nel suo testo come obbligo per i decisori politici e opportunità responsabile per i cittadini e le cittadine.

I provvedimenti di legge che vanno sotto il nome di Jobs Act hanno questo scopo, ma rischierebbero di rimanere inefficaci, se ogni Regione, in forza della legislazione concorrente, continuasse ad arrogarsi il diritto di interpretarli a suo modo.

Bilancio delle competenze, orientamento, alternanza scuola/lavoro, tirocini, apprendistato, formazione professionale, coinvolgimento e premialità dei soggetti pubblici e privati specializzati nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, voucher formativi, modalità di immissione al lavoro, sostegni al reddito di vario tipo debbono essere gestiti in maniera uniforme dalle Alpi a Lampedusa.

Ci pensino i giovani e i loro genitori prima di scegliere il NO nel voto di domenica 4 dicembre.

Più in generale, riflettano i miei conterranei, che secondo i sondaggi sembrerebbero orientati al NO, sul fatto incontrovertibile che nessuno dei primi 54 articoli della Costituzione, relativi ai principi fondamentali e ai diritti e doveri dei cittadini, è stato scalfito neanche in una virgola e che tutto l’impianto della riforma è ispirato all’unico imperativo di rendere il sistema decisionale agile e reattivo, efficace e trasparente, in grado di far fronte con tempestività ed efficacia alle turbolenze del nostro tempo, in primo luogo a quelle che toccano il lavoro, che non possono certo essere affrontate con la bufala del reddito di cittadinanza.