Perché è necessario il nuovo articolo 117 della Costituzione

di Gabriele Bottino, Università degli Studi di Milano, Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche

La riforma costituzionale sulla quale saremo chiamati ad esprimere il nostro voto, attraverso il quesito referendario del prossimo 4 dicembre, riscrive integralmente l’attuale testo dell’articolo 117 della Costituzione. Si tratta di una riscrittura opportuna e necessaria, al fine di consentire che le politiche statali – in specie all’interno di alcuni importanti settori della vita di noi cittadini – possano conseguire quella efficacia e coesione, su tutto il territorio nazionale, che sino ad oggi non è stata possibile. Vediamo perché.
Il testo attuale dell’articolo 117 della Costituzione non è il testo dell’articolo 117 originariamente presente nella Costituzione repubblicana. Questo è necessario affermarlo chiaramente, innanzi a tutti coloro che continuano a dire che l’odierna riforma costituzionale “stravolge” il testo originario della Costituzione repubblicana. L’articolo 117 della Costituzione è stato già “stravolto” con la riforma costituzionale approvata nell’anno 2001 ed ora, il nuovo testo dell’articolo 117 presente nella riforma costituzionale sottoposta a referendum, ritorna, almeno in in parte, a quel testo originario.

Il testo attuale dell’articolo 117 della Costituzione è stato introdotto dalla legge costituzionale n. 3 del 2001 (la cosiddetta “riforma del titolo V della Costituzione”). Questo testo affida allo Stato la competenza a legiferare, in via esclusiva, su di una elencazione tassativa di materie, quelle elencate nel comma 2. Su di una ulteriore elencazione tassativa di materie, quelle elencate nel comma 3, lo Stato ha la possibilità di fissare, con proprie leggi, soltanto i “principi fondamentali” della singola materia: tutto ciò che, all’interno della singola materia, non è “principio fondamentale”, spetta alla competenza legislativa delle Regioni. Infine, in tutte le altre materie (non elencate tassativamente), la competenza legislativa spetta comunque alle Regioni.
Le conseguenze di un tale assetto costituzionale (con linguaggio giuridico-costituzionale, le conseguenze dell’attuale riparto della competenza legislativa tra lo Stato e le Regioni), sono state, e sono tuttora, estremamente perniciose.
Non mi riferisco al ben noto, ed amplissimo, contenzioso costituzionale: vale a dire alle innumerevoli decisioni con le quali la Corte Costituzionale è chiamata a stabilire i confini, tra le materie, ed all’interno di ogni singola materia, della competenza legislativa spettante allo Stato ed alle Regioni.
Mi riferisco invece al fatto che l’elencazione tassativa delle materie attribuite alla competenza legislativa esclusiva dello Stato è troppo angusta, e queste materie sono mal definite. E che, anche nelle materie nelle quali lo Stato può fissare soltanto i “principi fondamentali”, la difficoltà di distinguere ciò che è “principio fondamentale”, da ciò che non lo è, si è quasi sempre risolta nell’assenza di leggi statali contenenti tali principi e, dunque, nella possibilità per le Regioni di legiferare interamente sulla materia (in breve, di “prendersi tutta la materia”).

Il fatto è, e questo sovente viene dimenticato, che la legge statale – in qualunque materia essa intervenga – si applica su tutto il territorio nazionale, assicurando eguali diritti, e doveri, a tutta la popolazione.
La legislazione regionale, al contrario – e, ancora una volta, in qualunque materia essa intervenga – sono le legislazioni regionali (al plurale), differenti per ogni Regione. Ognuna di queste leggi regionali si applica soltanto al territorio ed alla popolazione della singola Regione, con la conseguenza che i diritti ed i doveri, in quella materia, sono necessariamente diseguali e differenziati da Regione a Regione. È sufficiente varcare il confine tra una Regione ed un’altra, così come una volta avveniva tra uno Stato ed un altro Stato, che noi cittadini italiani, pur rimanendo cittadini di una unica ed indivisibile Repubblica, godiamo di diritti, e dobbiamo rispettare obblighi, diseguali e differenti.

È per questo, e soltanto ad esemplificare tra i molti esempi possibili, che ad oggi: abbiamo modelli organizzativi dei servizi sanitari non uniformi, bensì differenziati e molto diseguali; gli strumenti urbanistici ed edilizi (i cosiddetti strumenti di “governo del territorio”) differiscono da una Regione ad un’altra, con la conseguenza che i piani urbanistici e le modalità edificatorie non sono uniformi su tutto il territorio nazionale; le politiche sociali e le politiche attive del lavoro, così come la istruzione e la formazione professionale, sono anch’esse differenziate in ciascun ambito regionale, senza che lo Stato possa imporre su tutto il territorio nazionale modelli uniformi, diretti a generare eguali diritti e possibilità; persino la gestione e l’erogazione dei finanziamenti pubblici, sia di fonte europea che statale, in quanto correlata alla competenza legislativa sulla singola materia oggetto del finanziamento, è dispersa tra infiniti programmi e progetti regionali, senza un’unica regia nazionale di riferimento.
Tutto questo poiché ognuno dei predetti esempi attinge a materie di competenza legislativa (la tutela della salute, i servizi sociali, il governo del territorio, il lavoro e la formazione professionale; i finanziamenti pubblici ai settori economico-produttivi) sulle quali, e proprio grazie al testo attualmente in vigore dell’articolo 117 della Costituzione, le Regioni hanno sino ad oggi potuto emanare le proprie leggi – lo si ripete, valide soltanto nel singolo territorio, e per la singola popolazione regionale – in assenza di una legislazione statale, uniforme e creatrice di eguali diritti e doveri, in favore ed a carico dell’intera popolazione italiana.
Questa esperienza di frammentazione e disomogeneità è destinata a concludersi, con il nuovo testo dell’articolo 117 della Costituzione.
La tutela della salute, i servizi sociali, il governo del territorio, il lavoro e la formazione professionale, ed i finanziamenti pubblici ai settori economico-produttivi, tra le altre, diverranno materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato, integralmente, ovvero con riferimento alle “disposizioni generali e comuni” della singola materia.
Ciò consentirà allo Stato di fissare un quadro omogeneo ed uniforme, fonte di diritti ed obblighi per l’intera popolazione nazionale, e fonte di sviluppo e crescita per l’intero territorio statale.

Alle Regioni permarrà la possibilità, attraverso le proprie leggi, di differenziare soltanto all’interno di questo quadro generale e comune di riferimento. E, soprattutto, senza che tale differenziazione sia in grado di attribuire diritti e doveri a singoli territori e popolazioni regionali.